La Corte UE in materia di certificato protettivo complementare per i medicinali

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con una recente pronuncia in materia di intellectual property, ha chiarito la portata dell’art. 3, lett. d), del Regolamento (CE) 469/2009 relativamente al certificato protettivo complementare per i medicinali.

Di seguito un breve riepilogo della controversia. Santen SAS è titolare di un brevetto europeo che tutela un’emulsione oftalmica in cui il principio attivo è la ciclosporina, un agente immunosoppressore. Nel 2015 la società otteneva un’autorizzazione di immissione in commercio, c.d. AIC, per il medicinale commercializzato con il nome «Ikervis», il cui principio attivo è la ciclosporina.

Sulla base del brevetto in questione e della relativa AIC, Santen depositava una domanda di certificato protettivo complementare (CPC) per il prodotto «Ciclosporine pour son utilisation dans le traitement de la kératite». Tuttavia, l’INPI respingeva la domanda, ritenendo che l’AIC di cui trattasi non fosse la prima per la ciclosporina. Il tutto, ai sensi dell’art. 3, lett. d), del Regolamento (CE) n. 469/2009. Secondo Il direttore generale dell’INPI, infatti, il 23 dicembre 1983 era stata rilasciata un’AIC per altro medicinale il cui principio attivo era sempre la ciclosporina. La controversia giungeva alla Corte d’Appello di Parigi, che rinviava alla CGUE affinché risolvesse alcuni conflitti interpretativi relativi alla norma sopra menzionata.

La Corte UE si è quindi pronunciata stabilendo che “L’articolo 3, lettera d), del Regolamento (CE) n. 469/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 6 maggio 2009, sul certificato protettivo complementare per i medicinali, dev’essere interpretato nel senso che un’autorizzazione di immissione in commercio non può essere considerata la prima autorizzazione di immissione in commercio, ai sensi di tale disposizione, quando essa verte su una nuova applicazione terapeutica di un principio attivo, o di una combinazione di principi attivi, che è già stato oggetto di un’autorizzazione di immissione in commercio per un’altra applicazione terapeutica”.


Diritto d’autore e fotografie liberamente scaricabili da internet 

Con sentenza n. 7659 del 26/05/2020, il Tribunale di Roma si è pronunciato in materia di tutelabilità sulla base del diritto d’autore di fotografie liberamente reperibili online. La causa aveva ad oggetto uno scatto realizzato da un fotografo nel 2014, durante un’operazione di salvataggio nel Canale di Sicilia, che rappresentava un barcone di migranti ripreso dall’alto.

Un’emittente televisiva aveva poi mandato in onda la fotografia senza il consenso dell’autore che aveva quindi agito in giudizio chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e morali. L’emittente si era costituita rilevando il difetto di prova circa la titolarità dei diritti di intellectual property, contestando il carattere creativo dell’immagine, eccependo l’assenza delle indicazioni necessarie per la tutela quale fotografia semplice e richiamando l’esimente di cui all’art. 65 LDA.

Il Tribunale ha in primo luogo affermato che la titolarità dei diritti in capo all’attore si può desumere dall’indicazione del nome e dell’anno sul sito World Press Photo e sul sito personale del fotografo. Tali circostanze soddisfano il requisito di cui all’art. 90 LDA. In ogni caso, secondo il giudicante, “la possibilità che la fotografia circolasse in rete senza l’indicazione del nome del suo autore non costituisce elemento che possa esimere da responsabilità [l’emittente], che non può non essere consapevole della necessità di rispettare il diritto di autore, e la cui difesa sul punto si è limitata ad affermare che era astrattamente possibile (ed anzi sarebbe verosimile) che essa abbia estratto l’immagine da un sito non recante l’indicazione dell’autore”.

Il Tribunale ha quindi condannato l’emittente al risarcimento dei danni patiti dal fotografo.


Il marchio “RIPASSA” giunge finalmente a registrazione dopo 24 anni

La domanda di marchio per il segno “RIPASSA”, depositata in data 01.04.1996 è stata concessa il 04.06.2020, ben 24 anni e 2 mesi dopo. Si tratta del lasso di tempo più lungo mai intercorso tra un deposito e una registrazione europea.

La lunga vicenda ha visto contrapposto il marchio anteriore nazionale italiano “VINO DI RIPASSO” per “vino”, alla domanda “RIPASSA” per “bevande alcoliche (tranne le birre)”. Solo dopo anni di dispute legali, il marchio anteriore è stato giudicato carente di carattere distintivo ed il processo di registrazione è stato finalizzato. L’Ufficio ha infatti stabilito, con riferimento alla valutazione delle prove d’uso, che «Da come risulta nelle etichette in questione, la dicitura “RIPASSO” non è qualificabile come elemento distintivo, bensì, piuttosto, come un riferimento a un tipo di vino/metodo di vinificazione. Nel suo complesso, la documentazione prodotta ai fini della prova dell’uso mostra un utilizzo da parte dell’opponente del termine “RIPASSO” come indicazione della tipologia del vino Valpolicella e non come un marchio d’impresa».


Il team di Intellectual Property di S&G è a vostra disposizione per ogni chiarimento.