In una recente ordinanza, la Corte di Cassazione si è pronunciata in materia di prova della condotta di concorrenza sleale legata all’inadempimento di un accordo di riservatezza per la tutela di know-how.

La controversia origina dall’atto di citazione con cui Formula S.A.S., società operante nella progettazione e produzione di componenti di parti di motocicli, biciclette ed autoveicoli chiedeva al Tribunale di Firenze di condannare SRAM LLC e SRAM Corporation DBA al risarcimento dei danni per l’inadempimento dell’accordo di segretezza e di produzione sottoscritto tra le parti. Tali contratti avevano ad oggetto la produzione di un freno a disco idraulico denominato Juicy 7. L’inadempimento contestato riguardava proprio la violazione degli impegni di segretezza su informazioni confidenziali di proprietà dell’attrice.



Il Tribunale di Firenze rigettò sia le domande principali, sia la domanda riconvenzionale proposta da Sram per il risarcimento dei danni da risoluzione del contratto per inadempimento dell’attrice. In particolare, le convenute risultavano titolari esclusive di tutti i brevetti dei modelli di freni a disco idraulici denominati Juicy. Inoltre, le caratteristiche tecniche e il design di tali freni erano già contenuti nelle domande di brevetto depositate in epoca antecedente all’inizio della collaborazione fra le parti.
Formula impugnava poi la sentenza della Corte d’appello di Firenze che rigettava sia l’appello principale sia l’appello incidentale. In particolare, con il terzo motivo di ricorso, la società contestava la violazione o falsa applicazione dell’art. 2598 c.c., per non avere la Corte d’appello ravvisato un atto di concorrenza sleale «nella condotta con la quale Sram sottraeva e rivelava a terzi notizie (anche in thesi non segrete ma soltanto) riservate appartenenti a Formula».

Il terzo mezzo, per la Corte di Cassazione, non coglie l’ulteriore ratio decidendi della sentenza impugnata. Infatti, secondo la Corte, anche con riferimento alla condotta divulgativa asseritamente rilevante ai sensi dell’art. 2598, n. 3, cod. civ. (i cui presupposti sono meno rigorosi della tutela ex art. 99 c.p.i.), il ricorrente non avrebbe fornito «la prova della condotta contraria a correttezza professionale e la sua idoneità a danneggiare il concorrente leale, mediante l’utilizzazione delle conoscenze tecniche usate da altra impresa», poiché «nel caso in esame si sarebbe trattato di mera attività di ingegnerizzazione, facilmente riproducibile da esperti di settore».